Un’emozione indicibile
E’ una delle emozioni più dolorose, e allo stesso tempo più sfuggenti. E’ difficile intercettarla e riconoscerla. E’ la vergogna. Si nasconde sotto altre emozioni, come la rabbia o la tristezza, l’ansia, il disprezzo, il torpore emotivo. E’ difficile accettarla, più di altre è disdicevole, non consentita. E’ difficile parlarne. Si ha la sensazione che riguardi aspetti di noi che non devono essere espressi, che devono restare nascosti. Quindi se ne parla poco, e viene poco trattata anche nelle relazioni di aiuto.
Che tipo di emozione è
La vergogna è considerata un’emozione secondaria “acquisita” perchè, a differenza delle emozioni primarie come la paura, la rabbia, la tristezza, che hanno un’origine interiore innata, si sviluppa attraverso il contatto esterno e l’interazione sociale. E’ un’emozione molto prossima al senso di colpa, ma mentre il senso di colpa si riferisce a qualcosa che abbiamo fatto, la vergogna è più profonda e investe il nostro valore complessivo come persone.
Funzioni positive
Certo è un’emozione che ha un’importante funzione evolutiva nello sviluppo della consapevolezza di sé e della propria identità: quando facilita un equilibrio dialettico tra autonomia e confronto con il giudizio altrui, contribuisce ad una sana differenziazione delle caratteristiche individuali.
Inoltre la vergogna ha una funzione sociale nel momento in cui, favorendo l’aderenza alle norme e ai modelli di un gruppo sociale, e come tale svolgendo una pressione integrativa, ci spinge a stare nelle relazioni, a superare l’egoismo e l’egocentrismo, a vivere nella società.
Sul piano del vissuto individuale, tuttavia, provare vergogna implica spesso una percezione di inadeguatezza, il dubbio penoso di non essere all’altezza, di non riuscire a corrispondere alle attese degli altri e alle nostre attese su noi stessi. Avere la sensazione di essere inappropriati, ridicolizzati, svalutati può quindi ingenerare grave disagio, sofferenza profonda.
Affrontare la vergogna significa affrontare lo sguardo dell’Altro su di sé, sguardo che desideriamo, ma che contemporaneamente temiamo, perché ci limita. Non esiste vergogna se non in una dimensione interpersonale.
Anche quando interiorizziamo lo sguardo dell’altro, interiorizziamo una dimensione interazionale. La vergogna scaturisce allora dal confronto tra una parte interna giudicante, portatrice di modelli ideali, e una parte che si sente giudicata e insufficiente. E quando diventiamo giudici severi di noi stessi, ci sentiamo non accettabili, non desiderabili, come se tutto il nostro essere fosse irrimediabilmente sbagliato, difettoso. Sentirsi umiliati, rifiutati dal mondo, alimenta anche una sensibilità estrema verso quello che succede attorno a noi, ci sentiamo vulnerabili perché tutto può ferirci.
La vergogna si manifesta attraverso correlati corporei, che rappresentano una risposta difensiva dell’organismo, simbolicamente il tentativo di sottrarci allo sguardo altrui, di renderci invisibili, o di sottometterci: adottiamo una postura di ripiegamento su noi stessi, ci chiudiamo incrociando le braccia, distogliamo lo sguardo, abbassiamo la voce. Il rossore del viso, la tachicardia, la sudorazione indicano invece che ci sentiamo minacciati, che temiamo di perdere la considerazione degli altri, di “perdere la faccia”.
Ma quali sono gli aspetti per cui ci vergognamo? Sono tutte quelle caratteristiche che ci fanno sentire non allineati agli standard sociali prevalenti. Questi standard ci vogliono esteticamente perfetti, secondo canoni sempre più elevati e irraggiungibili, ci preferiscono giovani, brillanti, scattanti, performanti, benestanti, perfetti consumatori se possibile, con una bella famiglia, una bella abitazione, un buon lavoro, e possessori di una serie di oggetti che dovrebbero testimoniare il nostro successo sociale.
Possiamo allora sentirci umiliati e biasimevoli, e provare vergogna,
– quando la nostra immagine corporea non è all’altezza delle immagini propagandate dai mass media e dai social media, e possiamo per questo essere sottoposti a derisione o a forme di bullismo e cyberbullismo, come nel body shaming;
-quando il nostro livello di istruzione, il nostro ceto sociale o l’etnia di appartenenza sono ai livelli bassi della struttura sociale in cui ci troviamo a vivere, e veniamo stigmatizzati o marginalizzati per questo;
-quando il nostro lavoro non è congruente con la nostra istruzione, o le nostre competenze, o le nostre aspettative, oppure non ci consente di raggiungere i livelli di consumo dei nostri amici e conoscenti;
-quando l’età, la disabilità o la malattia ci impediscono di garantire performance elevate nelle azioni che intraprendiamo, o di adeguarci ai ritmi frenetici ed alle richieste continue del contesto intorno a noi;
-quando le nostre inclinazioni sessuali non sono omologate, il nostro modo di vivere il maschile o il femminile non è conforme;
-quando la nostra personalità o la nostra visione del mondo non trovano riscontro ed accoglienza nella maggioranza delle persone che frequentiamo;
-quando ci troviamo a fronteggiare una crisi o un fallimento scolastico, lavorativo, economico, relazionale;
-quando viviamo un periodo più o meno lungo di solitudine, e abbiamo paura di essere sbagliati per questo;
-quando subiamo abusi fisici o psicologici, nella nostra famiglia o all’esterno, e non riusciamo ad accettare che sia capitato proprio a noi, e pensiamo che forse ce lo siamo meritato e in qualche modo lo abbiamo provocato (vergogna della vittima).
In effetti, tutto può diventare oggetto di vergogna. Ognuno di noi è sensibile alla vergogna in maniera diversa su diversi aspetti della nostra vita.
La vergogna è un’emozione che può permeare le relazioni e strutturare vere e proprie dinamiche “disfunzionali”, distruttive. Questo avviene in seguito al ricorso, spesso in maniera inconsapevole, ad alcuni “giochi psicologici” che suscitano vergogna. Per elencarne alcuni:
Giochi del “cosa dirà la gente” (inferiorizzazione): consiste nel cercare di influenzare o manipolare un interlocutore, inducendo in lui vergogna, facendo riferimento al possibile giudizio sociale in relazione ad un suo comportamento. “La gente”, e quello che potrebbe pensare e dire, diventa qui un parametro esterno, oggettivo, considerato come indiscutibile e al di sopra delle parti.
Giochi sporchi (imbroglio e istigazione): sono giochi nascosti e non riconosciuti. Nell’imbroglio si fa credere a qualcuno di avere una relazione privilegiata con lui, ma in realtà è solo una strumentalizzazione per fini personali che ingenera nell’altro vergogna profonda quando se ne rende conto; nell’istigazione si reagisce alle provocazioni subdole di un altro, non esprimendo direttamente la propria rabbia, ma istigando un terzo ad agirla (frequente quando uno dei genitori aizza i figli contro l’altro genitore, provocando in essi destabilizzazione emotiva e forti sentimenti di vergogna)
Giochi che provocano conflitti interminabili: basati su forme comunicative disfunzionali che si ripetono nel tempo, che alimentano vergogna e desiderio di rivalsa, come la disconferma (ignorare l’altro), la squalifica (svilire l’altro), l’umiliazione (rimproverare, biasimare, offendere) e possono creare circuiti interminabili di biasimo e vendetta reciproci.
La vergogna cronica, se non vista e non gestita può diventare tossica, perché
– può contribuire a consolidare convinzioni profonde di inadeguatezza, a costruire a livello mentale un’idea di sé come persona non all’altezza delle situazioni, incapace di affrontare le sfide della vita;
– può alimentare un dialogo interiore eccessivamente giudicante, accusatorio, implacabile, che può trasformarsi in una forma di attacco al Sè, inibendolo o annullandolo;
– può condurre all’adozione di atteggiamenti ostentati di superiorità o di distacco, a volte con modalità aggressive e rabbiose, nel tentativo di compensare i sentimenti di inferiorità che la percezione negativa di sé induce; quando l’energia non fluisce in modo naturale perché bloccata dalla vergogna, possiamo oscillare tra momenti di grandiosità e momenti di crollo dell’autostima;
– può determinare una perdita di spontaneità, una perdita di contatto con il Sé più autentico, nel tentativo di conformarsi agli stereotipi prevalenti, alla “normalità”, per paura di non essere accettati, oppure nel tentativo di realizzare un’immagine di Sé molto idealizzata che non rispecchia la realtà;
– può favorire forme di comportamento evitante, la riduzione dei contatti o delle frequentazioni sociali, l’isolamento e il ritiro sociale, fino ad arrivare a vari tipi di condotta antisociale, alla dipendenza da sostanze, alla depressione, al suicidio, soprattutto nelle fasi della vita più vulnerabili al giudizio esterno come l’adolescenza.
La vergogna può essere affrontata e, se ben gestita, può diventare una importante opportunità di crescita.
Ma in che modo, attraverso quali strumenti, possiamo provare a trasformare la vergogna da limite in risorsa?
1. Riconoscimento e accettazione. La vergogna è un’emozione come un’altra e va riconosciuta. Possiamo dedicare attenzione ed ascolto al nostro corpo quando sentiamo determinati sintomi fisici, restare in contatto con essi, riconoscere che si tratta di vergogna, nominarla, non reprimerla, non ignorarla, accettare che sia un’emozione normale e universale. Accettare che sia parte integrante del nostro bagaglio emozionale di esseri umani per interagire con l’ambiente, farle spazio nel nostro mondo interiore e darle valore perché ci racconta molte cose di noi, del nostro bisogno di appartenenza, del nostro bisogno di essere riconosciuti. Possiamo notare se ci sono pensieri autogiudicanti che accompagnano l’emozione della vergogna, prendere atto dell’esistenza di questi pensieri, guardarli come se fossero oggetti distaccati da noi, accettare che siano il prodotto della nostra mente in quel momento. E’ importante imparare ad annotarli o scriverli per essere più consapevoli del giudice interiore, permettere loro di attraversarci, e lasciarli poi andare.
2. Compassione ed amorevolezza verso noi stessi. Aprirsi ad un atteggiamento compassionevole verso se stessi significa adottare una modalità gentile ed accettante nei confronti delle emozioni difficili come la vergogna, osservare con comprensione le nostre fragilità, le nostre differenze rispetto agli altri e le nostre caratteristiche uniche. Possiamo imparare a validare ciò che succede dentro di noi anche quando è doloroso, possiamo impegnarci ad essere meno severi con noi stessi, più indulgenti, a sostenerci. Invece di continuare ad attaccarci, a biasimarci, possiamo provare a parlare a noi stessi come se parlassimo ad un amico che è in difficoltà, incoraggiandoci, dandoci forza, chiedendoci in maniera costruttiva quali sono le nostre esigenze reali, e come possiamo trovare soluzioni creative per stare meglio. Questo sguardo amorevole, accogliente, può accompagnarci verso una graduale trasformazione dei nostri punti deboli in risorse, in punti di forza, può aprirci ad un percorso di graduale consapevolezza e di evoluzione.
3. Condivisione. La vergogna è davvero indicibile? Forse no; forse possiamo provare a svelarla, a parlarne, ad esprimerla. E’ fondamentale per questo rivolgerci alle persone giuste che sono attorno a noi, le persone più vicine, quelle che sono capaci di ascoltare con comprensione le nostre emozioni, di condividerle, perché magari sono anch’esse toccate qualche volta dalla vergogna. Queste persone potrebbero diventare nostri complici, potrebbero raccogliere le nostre confidenze, e noi le loro, ed in questa intima alleanza potrebbero aiutarci a creare uno spazio in cui la vergogna possa essere raccontata con curiosità, autenticità, fiducia e perfino autoironia. In questa spinta verso la ricerca di compartecipazione, la vergogna ci insegna quanto siamo esseri irriducibilmente relazionali, ci fa riconoscere il nostro bisogno di essere con l’altro, ci guida ad abbandonare l’impulso all’isolamento o la pretesa di bastare a noi stessi, ci spinge a costruire reti di solidarietà e di sostegno.
4. Sviluppo della consapevolezza critica. Vedere la connessione tra le nostre vite private e le influenze sociali, politiche, economiche può aiutarci. Se restiamo focalizzati sulla nostra vergogna, crediamo di essere gli unici a provare questa emozione. Se guardiamo invece con occhi critici ed allarghiamo la visuale, vediamo che molti si trovano nella nostra stessa situazione e ne soffrono. Imparare ad allenare la consapevolezza critica significa cominciare a chiederci quali sono le aspettative sociali o del gruppo di appartenenza rispetto al nostro corpo, alla nostra immagine, alla nostra personalità, al nostro modo di vivere. Sono aspettative realistiche? Rispettano il nostro modo di essere, il nostro modo di pensare, la nostra unicità? Rispettano ciò che vogliamo veramente essere? Perché esistono queste aspettative? Chi ci guadagna, chi trae profitto da esse? Sono compatibili con il nostro benessere autentico, o soddisfano invece i bisogni di altri? Forse dell’industria cosmetica, dell’industria della moda, dell’industria dei profumi, delle diete, del lusso, o dei contesti di lavoro che richiedono persone sempre più competitive, acritiche, con livelli prestazionali sempre più elevati?
Se pratichiamo questa consapevolezza critica, la nostra vergogna non scompare magicamente, ma diventiamo capaci di costruire la nostra resilienza rispetto ad essa, la nostra capacità di affrontarla, di gestirla, di neutralizzarla, di normalizzarla, sapendo che non siamo solo noi il problema. La vergogna si regge sulla interconnessione tra piano psicologico, piano sociale e piano culturale. Ci sono forze sociali e culturali che modellano le nostre esperienze psicologiche. Se vediamo più chiaramente queste forze, possiamo assumerci la responsabilità rispetto ad esse anziché subirle, decidere se e come farci guidare da esse, come filtrarle e reinterpretarle adattandole ai nostri bisogni profondi. Possiamo scegliere addirittura di sottrarci totalmente alla loro influenza ed affrontare le conseguenze di questa scelta.
5. Compassione e amorevolezza verso le “diversità” degli altri.
Guardare le differenze e le fragilità degli altri con accettazione, accoglienza e amorevolezza ci permette di spezzare il circolo vizioso dell’etichettamento e di costruire relazioni inclusive. Possiamo rompere la cultura della vergogna diventando consapevoli del nostro giudizio sociale sugli altri, allenandoci a non biasimare/svergognare gli altri quando non soddisfano le nostre aspettative di “normalità”, ad astenerci dal formulare giudizi denigranti o escludenti.
Sospendere il giudizio verso gli altri, imparare a praticare il perdono come modalità per superare le ferite, le incomprensioni, ci aiuta ad uscire dalla spirale del confronto competitivo e ad “ammorbidire” il nostro giudice interno.
6. Allenamento al “coraggio”
Il coraggio è una caratteristica presente in ogni persona, si può contattare e coltivare. La parola coraggio deriva da “cuore”, implica la capacità di agire con il cuore, di farsi guidare dal cuore, dalla forza d’animo, dalla passione, dall’amore per la vita. Attingere a questa risorsa interiore, ci aiuta ad affrontare il giudizio, le critiche esterne e interne, ci consente di muoverci nel mondo secondo i nostri bisogni, secondo i nostri valori, ci permette di chiedere aiuto quando sentiamo di non farcela da soli, di attivarci per realizzare quei cambiamenti che consideriamo importanti per il nostro benessere.
Esercizi antivergogna. Un’opportunità creativa per giocare con la nostra vergogna e per allenare la nostra resilienza è quella di causare volontariamente situazioni un po’ imbarazzanti, in cui ci spingiamo al limite della riprovazione sociale, per osservare le nostre reazioni quando siamo esposti al giudizio e al rifiuto degli altri.
Fare qualcosa di insolito in pubblico, vestirsi in modo bizzarro, fare richieste illogiche, pensare ad alta voce, cantare; sorridere o salutare tutte le persone che si incontrano; fingersi matti o ubriachi o sciocchi; raccontare ad amici un episodio in cui si è rimediata una “brutta figura” e riderci sopra; sono tutti esercizi anti vergogna (shame-attacking exercises) che gradualmente ci fanno capire che possiamo anche agire prescindendo dall’approvazione sociale, che la vergogna è un’emozione che possiamo imparare a tollerare senza farci bloccare, che non è così catastrofica e che non intacca il nostro valore personale se sappiamo riconoscerla e accoglierla.
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