L’immaginario, i poeti, le voci ed io
Fino agli anni ’50 del ’ 900 la medicina ufficiale sosteneva che il cervello non si modificasse più dopo l’adolescenza, dopo la quale si innescava un lento processo di decadimento.
Ma alcuni scienziati hanno provato che il cervello modifica la sua struttura continuamente ed è in grado di creare nuove connessioni neuronali a qualsiasi età. Per questo ho la fortuna di essere arrivata fino a qui!
Un elemento che ci accompagna costantemente nel percorso per diventare counselor – spesso presente nei colloqui anche senza essere nominato esplicitamente – è l’immaginario.
È su questo tema che desidero soffermarmi, approfondendo lo stretto rapporto tra immaginario e counseling attraverso due ambiti che da sempre mi appassionano: la poesia e la voce. Infine una parte più autobiografica chiuderà questa presentazione.
L’immaginario
“Dà voce alla sofferenza,
il dolore che non parla
imprigiona il cuore agitato
e lo fa schiantare”
Shakespeare, Macbeth, atto IV
Come suggerisce Shakespeare, le emozioni hanno bisogno di essere espresse e rese visibili. Queste poche righe, così potenti e suggestive, hanno alimentato il mio interesse sul ruolo dell’immaginazione nella nostra percezione del mondo: la capacità della mente di creare immagini, combinare esperienze e rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile.
Mi piace raccontare qui un piccolo esempio di immaginario legato alla mia esperienza: da anni porto con me l’immagine che l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo coincidono e che fondamentalmente sono la stessa cosa.
Da adolescente avevo letto una cosa simile nei Pensieri di Blaise Pascal, matematico, fisico e filosofo francese del ’600:
“Con lo spazio, l’universo mi circonda
e mi inghiotte come un punto; con il pensiero, io lo comprendo.”
Mi piaceva pensare a quel “comprendo” come un “includo”, e questo ha alimentato per anni la mia immaginazione.
Poi mi sono imbattuta in uno scritto di Jung, che in un seminario tenuto negli anni ’30 del ’900 afferma:
“L’infinita grandezza e l’infinita piccolezza sono vere. È davvero possibile che nelle nostre anime siano racchiuse tutte le genti, mondi dove potremmo essere infinitamente grandi come fuori siamo infinitamente piccoli, così grandi che lì dentro potrebbe avere luogo la redenzione di un’intera nazione o di un intero Universo.”
Jung diceva anche che non sappiamo che cosa diventeremo, che cosa si affaccerà nella nostra vita. Riteneva che il nostro inconscio sa già tutto della nostra esistenza. Il futuro vive già nella nostra psiche. Diceva:
“È dal passato remoto che viene creato il futuro”.
La nostra mente ha il grande potere di creare nuove immagini, partendo dall’esperienza reale e di combinarle in modi nuovi e a volte inaspettati. Infatti, le immagini mentali sono una connessione tra conscio e inconscio, sono il ponte tra il mondo razionale e quello inconscio e simbolico. Permettono di dare una forma a emozioni e idee non ancora formulate coscientemente.
L’immaginazione è questa capacità creativa, un aspetto fondamentale della libertà umana: ci permette di sperimentare, risolvere problemi, guidare le nostre azioni. Ci permette di pensare il futuro.
L’immaginario è l’insieme di immagini, simboli, miti e rappresentazioni, che si produce attraverso un processo creativo attivo, che rielabora il vissuto.
Attraverso l’immaginario diamo forma e significato a ciò che percepiamo, trasformando il mondo in cui viviamo. Questo richiede una intensa attività cognitiva.
Secondo molte tradizioni – dalle culture sciamaniche alla mistica cristiana, alla Kabbalah ebraica, fino al mondo immaginale dei sufi – l’immaginario inteso come mondo interiore ha una dimensione sacra. In esso prendono forma le immagini che orientano la nostra vita, la nostra conoscenza, la nostra idea del mondo.
Jung ci insegna che c’è l’immaginario personale, che parte dalle nostre esperienze, ma esiste anche un immaginario collettivo, costituito da immagini, miti e simboli presenti fin dalle origini dell’umanità. Quando l’immaginario collettivo si somma a immagini legate alla nostra cultura, al contesto in cui viviamo, ai nostri valori e alle nostre credenze, il risultato dà vita a una vera e propria mappa interiore.
Ci troviamo di fronte a un modello interpretativo del mondo unico per ogni individuo, che orienta il modo in cui percepiamo la realtà, diamo significato ciò che ci succede e influenza la nostra visione di ciò che ci circonda. Possiamo quindi dire che l’ambiente in cui viviamo è una estensione della nostra mente: ciò che vediamo e creiamo fuori di noi riflette, e al tempo stesso nutre, il nostro spazio interiore.
Da Jung ai poeti
L’arte è da sempre il modo in cui l’essere umano materializza il proprio immaginario.
Dovendo scegliere, per portare un esempio, ho privilegiato la poesia, che amo particolarmente per la sua capacità unica di costruire immagini attraverso le parole.
E tra i poeti che più mi affascinano, ho scelto Arthur Rimbaud : uno dei più grandi immaginatori occidentali, figura centrale del Simbolismo, un movimento che ha avuto un impatto profondo sulla psicologia del XX secolo, inclusa l’opera di Jung.
Rimbaud esprime per primo un concetto che considero particolarmente significativo anche nel campo del counseling:
“Je est un autre”.
In un contesto junghiano, la poesia e la vita di Rimbaud possono essere letti come un esempio di lotta interiore e di ricerca di un’identità profonda. La mia voce è la voce dell’Altro che abita dentro di me,
sono parole che riconducono a una rielaborazione dell’inconscio.
L’idea di “essere un altro” può essere letta come un’anticipazione del processo di individuazione junghiano, che consiste nel diventare sé stessi attraverso l’integrazione delle diverse parti dell’inconscio. Jung scrive:
“Nessuno che non conosca sé stesso può conoscere gli altri.
E in ognuno di noi c’è un altro essere che non conosciamo.
Egli ci parla attraverso i sogni e ci rivela quanto diversamente egli ci vede rispetto a come noi vediamo noi stessi”
L’individuo è un essere multiplo e il suo sé cosciente non riflette l’intera realtà del suo essere. L’identità non è stabile e centrale, non è semplice e univoca: quello che crediamo essere “io” non è un’entità fissa, ma un’entità plurale, sfaccettata e in continua evoluzione che si rivela attraverso l’immaginazione, e che si fa da tramite, attraverso l’esperienza di sé, per raggiungere qualcosa di più ricco, di più grande, ma ignoto.
I nostri molti “me” ci raggiungono nei sogni, dove ci mostrano una visione di noi stessi che spesso contraddice ciò che pensiamo di essere.
Insomma, il famoso “condominio” artemisiano.
Dentro di noi esiste una dimensione interiore che non finisce mai di svelarsi.
L’idea dell’alterità dentro di noi nasce dal riconoscere che siamo molto più vasti di ciò che crediamo di essere, e che ogni nostra identità cosciente è solo un punto dentro una psiche molto più ampia, proprio come dice Pascal, del nostro posto nell’universo.
Così come il cosmo è immensamente vasto e formato da particelle infinitesimali, anche il nostro mondo interiore è immenso, ma costruito su dettagli sottili, emozioni nascoste, ricordi e impulsi che sfuggono alla consapevolezza.
In questi micro-universi interiori si nascondono germogli di possibilità, semi del nostro potenziale, che possono crescere e trasformarci.
Rimbaud, con «Je est un autre», e con tutta la sua poesia ci dice che l’immaginario è una forza generatrice: un luogo dove immagini, sensazioni e memorie costruiscono il nostro modo di percepire il mondo, e noi stessi.
È sorprendente scoprire oggi, scientificamente, ciò che i poeti avevano già “visto”.
Le neuroscienze mostrano che la nostra mente, a livello profondo, reagisce a un evento immaginato come se fosse reale. Nell’atto stesso di immaginare un evento si attivano le stesse aree del cervello che si attiverebbero se questa esperienza fosse realmente vissuta. Un’immagine mentale può influenzare i nostri sensi e le nostre emozioni tanto quanto un’esperienza reale.
Se davvero per il cervello immaginare equivale a vivere, allora nel counseling l’immaginario diventa un vero e proprio spazio di cura: un luogo dove si possono vedere, ascoltare e trasformare le proprie rappresentazioni interne. È proprio nell’immaginario che spesso si apre la strada a nuovi modi di sentire e di essere.
Ecco, in questo percorso ho imparato che prima di tutto dobbiamo avere familiarità, direi quasi essere in intimità, con il nostro immaginario. Solo così possiamo davvero accogliere quello dell’altro. Imparare a fermarsi ogni tanto, chiudere gli occhi e lasciare che le immagini affiorino, uscendo dalla realtà, dai pensieri, dai ragionamenti e restando nel “qui e ora”.
L’aspetto immaginativo è uno strumento cardine nel counseling, dove si incoraggia la persona a fare dei brevi viaggi nell’immaginario, cercando sempre un legame di senso con la realtà sociale, concreta e condivisa. Far immaginare a una persona come sarebbe per lei una certa condizione è fondamentale perché si presentino davanti ai suoi occhi delle possibilità. La si aiuta a esplorare nuovi orizzonti facendo ricorso alla creatività.
La voce
La voce è la forma più antica dell’immaginazione incarnata. Prima ancora della scrittura, è attraverso la voce che l’essere umano ha dato forma ai suoi sogni, ai miti, ai ricordi. La voce non è mai solo un suono: è un’immagine che si forma nell’altro. Ogni voce porta un mondo. Ogni suono che emettiamo porta con sé un paesaggio interiore: un’immagine, un’emozione, un mondo possibile.
Strumento di espressione profondamente legato all’immaginario individuale e collettivo, attraversa il corpo e lo spazio, unendo ciò che è invisibile a ciò che è percepibile. È un ponte tra il pensiero e la materia, tra il silenzio e la presenza.
Il suono della voce racchiude il vissuto che ognuno di noi porta dentro di sé, e la sua espressione, tonalità, timbro e frequenza, ne sono condizionati.
Sebbene sia spesso uno strumento un po’ emarginato nella riflessione sulle relazioni e, ancor di più, nelle pratiche di cura, ricopre un ruolo fondamentale: attraverso tono, ritmo, risonanza, la voce instaura un vincolo autentico tra il counselor e il suo cliente.
Gli studi di psicologia della comunicazione e di neurolinguistica mostrano che una grande parte del significato emotivo che percepiamo in un messaggio proviene dalla prosodia (tono, ritmo, volume, pause) più che dal contenuto verbale. Si stima che le parole contribuiscano solo al 7% del messaggio, mentre il linguaggio del corpo (postura, gesti, espressioni) ne rappresenti il 55% e il tono della voce (velocità, volume, inflessione) il 38%.
All’interno di un dialogo riusciamo a cogliere intuitivamente che, ad esempio, le frequenze più alte sono associate alla presenza di ansia e paura e che la presenza di toni bassi e volume alto sono associati solitamente a rabbia e aggressività.
I clienti tendono a cogliere in modo inconscio lo stato emotivo del counselor, prima ancora che con le parole, attraverso la sua prosodia, che rivela il livello di regolazione interna e di presenza nella relazione.
Indagare i differenti aspetti della propria voce è una via personale verso la conoscenza di sé e verso una relazione più autentica e più efficace con gli altri.
Dall’immaginario dei poeti al mio
Quando avevo circa 18 anni mi è venuto tra le mani fumetto Asterix e il duello dei capi .
In una vignetta il druido, colpito da un menhir che lo ha lasciato rintronato, viene accompagnato da Asterix e Obelix a trovare un druido famoso per la sua capacità di guarire.
Mentre sono fuori dalla capanna del guaritore, insieme ad altri pazienti, vedono arrivare un uomo, che corre a quattro zampe grugnendo come un cinghiale. Dopo pochi minuti l’uomo esce su due gambe, le braccia piegate al torace e un sorriso beato sul viso.
Tutti si guardano meravigliati. “È guarito?”
“No,” risponde l’assistente del medico, “gli ha solo insegnato a fare il bello.”
Ecco, io mi sento quell’uomo-cinghiale a cui hanno insegnato a fare il bello.
A essere educata, accomodante, performante, compiacente.
La società e la famiglia hanno apprezzato molto questa metamorfosi e così ho messo nel “sacco” dietro la schiena la parte più selvatica del mio cinghiale e presentandomi al mondo con una versione ‘presentabile’ di me.
Questo adattamento efficace ha avuto un prezzo alto: pretese enormi verso me stessa, difficoltà a perdonarmi, la necessità di non sbagliare, sensi di colpa per non essere quella che credevo di dover essere. Non mi sentivo mai all’altezza, con la paura costante che gli altri scoprissero che in realtà io ero un cinghiale: non ero all’altezza delle relazioni, delle situazioni, del mondo.
Frequentare questa scuola mi ha permesso di dare dei nomi alle mie ombre. Ho intravisto la possibilità — timida, ma reale — di permettere finalmente a quel cinghiale selvatico di emergere, integro e indomito, nonostante tutto ciò, che dall’interno o dall’esterno, ha cercato di piegarlo.
Conclusione
Proprio mentre iniziavo a riconoscere il mio cinghiale interiore ho capito che il lavoro più profondo del counselor parte da qui: dal modo in cui guardiamo. Da come vediamo noi stessi, prima ancora degli altri.
Credo che per diventare counselor sia necessario prima di tutto “ripulire lo sguardo”.
Ripulire lo sguardo significa per me imparare a vedere di nuovo. La visione non è mai neutra: guardiamo il mondo e gli altri attraverso veli di credenze, valori, esperienze e paure. Ogni sguardo è filtrato dalla nostra storia, dai nostri desideri e dalle nostre difese. Spesso non vediamo ciò che è, ma ciò che crediamo di vedere — o ciò che temiamo di riconoscere. Così proiettiamo sull’altro le parti di noi che non vogliamo incontrare: la nostra ombra, ciò che abbiamo escluso o dimenticato.
Ripulire lo sguardo significa allora assumersi la responsabilità della propria visione. È un atto di verità e di libertà: togliere i veli che deformano la realtà per permettere all’incontro autentico di accadere — con sé stessi, con l’altro, con il mondo.
Solo quando smettiamo di usare lo sguardo come scudo, esso torna a essere finestra. E solo allora possiamo davvero vedere, e lasciarci vedere.
Il nostro immaginario è direttamente collegato allo sguardo: il modo in cui osserviamo il mondo esterno e la realtà è filtrato dal nostro mondo interno, dalla nostra “mappa mentale” che non è la realtà.
In questo percorso ho migliorato il mio sguardo lavorando sui molti strumenti che ci sono dati in questa scuola. Ma la strada è ancora lunga.
L’accettazione di chi sono è un lungo cammino. In questa scuola ho imparato l’importanza della consapevolezza, del prendersi cura prima di tutto di sé stessi, della responsabilità, la respons-abilità, l’abilità nel rispondere e agire in modo consapevole assumendosi la responsabilità delle proprie azioni, sempre.
La scuola mi ha dato strumenti intellettuali e pratici per ascoltare, capire, agire, riparare i danni.
Non sarò mai più condiscendente per paura di non essere amata.
Quello che un tempo mi definiva con rabbia orgoglio, dolore, ora a volte riesco ad osservarlo da una certa distanza. Cerco di non raccontare la mia storia a partire dalle ferite.
Mi sento come mi sono sempre sentita: diversa. Ma ora mi sento autorizzata a farlo con presenza, accettazione.
Non sempre ci riesco e la goffaggine del cinghiale a volte riemerge e mi fa stare male.
Sono qui oggi, orgogliosa di esserci, per provare a riconoscere in ognuno il caleidoscopio di emozioni, sensazioni, intuizioni e pensieri che abitano in ognuno di noi in modo diverso.
Mi piace concludere con questa poesia di Rimbaud, tratta dalla poesia Sensazione che ha il potere di rasserenarmi e spero che sia così anche per voi:
Sensazione
Le sere azzurre d’estate, andrò per i sentieri,
Punzecchiato dal grano, a calpestare erba fina:
Trasognato, ne sentirò la freschezza ai piedi.
Lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.
Non parlerò, non penserò a niente:
Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,
Nella Natura, felice come con una donna.
Sensation
Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.
Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.
(Mars 1870)
La canzone di Daniela Delfino : A come Artemisia
Un’onda di calore che mi arriva
Brividi energia risate rilassate
Poi la densità, cosa ti porti via?
cosa ti porti via?
Relazioni, colori
Gratitudine, un poco di follia,
tisane e abbracci, sorrisi e ombre
che ci guardano da specchi
osmosi, interferenze
un puzzle di emozioni
Contaminazioni
Caleidoscopi intorno a noi
Impalpabili energie
sinestesie fuggenti
nell’eterno divenire
mosaico di ombre e luci
armonia di silenzio e voci
spazio di trasformazione
immaginazione
Caleidoscopi intorno a noi
Impalpabili energie
sinestesie fuggenti
nell’eterno divenire
Poi scivoliamo fuori
Ognuno va a rimodellare
i propri mondi
in una vita altrove









